Arribbau mi 'ndi andu
1. "Per un passo inerte, più in là"
(Genova, porto, 8 agosto 2009)
Sono tutti napoletani. Quelli che dirigono il traffico con caotica italianità, le voci sputate dagli altoparlanti gracchianti arrugginiti dall’umidità’. Anche molti degli occupanti delle auto in fila con noi sono napoletani.
“Sono sicuramente emigrati pure loro”, osservano i miei compagni di viaggio, anticipandomi.
Ci sono dei bambini seduti sul tettuccio della BMW davanti a me, la targa è tedesca ma i quattro mori che rifulgono sul lunotto la dicono lunga sulla nazionalità di almeno uno dei genitori.
60 milioni di abitanti e chissà quanti altri in giro per il globo.
Tutti in fila qui, e in tutti gli altri porti, valichi, frontiere, per accaparrarsi un pezzo d’agosto che li faccia sentire meno soli, meno lontani, meno estranei al posto dove sono nati.
La “terra dei padri”, come la chiamano con altisonante austerità i tedeschi, sfumandola leggermente rispetto alla nostra “patria”.
Vorrei chiedere al tedesco (ma probabilmente sardo) davanti a me cosa pensa di queste sottili differenze semantiche tra le varie parole atte a definire l’insieme di odori, colori, voci, suoni, cieli e gesti che riconosciamo come nostri appena rimettiamo piede al di qua del confine, dopo mesi di esilio, viaggio, noia, lavoro o chissà.
Immagino il sardo-teutonico fermarsi in un autogrill nel comasco, subito dopo essere sbucato fuori dal San Gottardo; lo vedo varcare le porte automatiche con un mezzo sorriso, respirare a pieno naso la miscela di caffè, paste e pizzette riscaldate nei fornetti che caratterizza ogni bar italiano, e sospirare, felice di sentirsi a casa anche se non ha mai messo piede in Lombardia.
Che cos’e’ questa melassa sensuale, questa sensazione dolce e umida che ci calamita qui nonostante tutto?
Perché in questo preciso istante voglio solo tornare a casa e non mi curo del gruppo di piemontesi savoiardi che vociano dall’abitacolo della loro Mini rossa, già avvolti nei loro abiti estivi imposti dal regime certosacentrico?
Ci siamo mossi di un metro intanto. Ci saranno trentacinque gradi. Sorrido.
2. "I tuoi problemi sono di altra natura"
(Saint Sabine, Francia, 7 agosto 2009)
Sei una persona curiosa, il mondo ti affascina. Hai amicizie varie, diverse nazionalità e opinioni politiche, perché non sopporteresti di circondarti di persone sempre uguali a te.
Tra questi tuoi amici alcuni sono francesi, e si portano dietro il loro bagaglio di padelle per crepes, fois gras e naso da bordeaux, ovunque vadano.
Li rispetti, nonostante le rivalità, la loro spocchia e accantonando momentaneamente la nostra vittoriosa finale di Berlino 2006.
Parli con loro e ti dicono che in Francia si sta male. In Francia il lavoro non c’e’, in Francia le paghe sono basse, in Francia sono razzisti.
Tu li osservi, pacato, e mentalmente ripercorri gli ultimi mesi di puttane, registratori nascosti nelle mutande, letti grandi, feste di compleanno e autisti di Craxi.
Deglutisci amaro.
Ora sei qui, in questo maniero sprofondato nella ricca campagna francese, e non c’e’ un suono.
Dalla finestra si scorgono ancora le sagome delle balle di fieno sparse tutte intorno.
A cena, uno dei camerieri sta versando il vino e scherza in un italiano stentato.
“Berlusconí”, esclama divertito alla fine di una mezza frase che intuisco essere d’innocuo scherno. Ha i denti storti e ingialliti dal fumo.
Vorrei, d’impeto, dirgli che il petto d’anatra che mi ha appena servito è buono ma mia mamma lo fa meglio, ma ricaccio indietro il mio istinto qualunquista e patriottico e sorrido.
“L’Italia è un paese complesso”, rispondo, cercando di articolare una difficile difesa del mio cortile dall’attacco degli strali dei vicini.
Lui rimane perplesso, o forse semplicemente non gliene frega nulla.
Tornando verso l’albergo, ripenso ai miei amici francesi e alla loro appassionata disamina dei mali della loro nazione, opinabile forse, ma coraggiosa e sincera, netta e ferma.
Tutte cose che io non so più fare, o perlomeno non adesso, non qui, non a 350 chilometri dal confine patrio.
La notte cala come una nebbia offuscante sui miei pensieri patriottici a scartamento ridotto, e sulla mia annebbiata capacità di autocritica.
I figli tuoi, la gente, la lingua, l’aria, la terra, il sangue, il confine, i grilli che ti cullano placidi, stanotte.
3. “Pacificami il cuore”
(Cagliari, Bastione Saint Remy, 14 agosto 2009)
E’ dunque possibile amare questo paese solo quando ce ne si allontana?
Cos’e’ questa sensazione di disagio che provo adesso, circondato da questa gente ben vestita e notevolmente abbronzata? Che lingua stanno parlando?
Notte stellata. Calda, leggermente ventilata. Cielo a perdita d’occhio, che oltre i tetti delle case in lontananza si ricongiunge al mare, in un abbraccio eterno che sa di sicurezze incancellabili, mie e di nessun altro.
E’ tutto come dovrebbe essere.
Eppure.
Eppure c’e’ una nota stonata, fuori spartito, appiccicata da chissa’ chi in un momento di delirio, uno spartito rossiniano storpiato da un’incursione jazzistica, un tempo dispari, una sbavatura che altrove, forse, risplenderebbe della sua stessa imperfezione e invece qui stride, contrasta, impatta con un muro familiare ma a tratti estraneo, un muro fatto di certezze rassicuranti ma inafferrabili.
Una nota stonata e sono io, me ne rendo conto proprio mentre cerco di correggere l’esposizione ancora un po’, per catturare tutti i colori di questa notte antica e odierna.
Io, e la mia lontananza che m’impedisce di afferrare completamente il senso di quello che mi passa davanti agli occhi, o forse me lo fa vedere troppo chiaramente e allora è più facile distogliere lo sguardo. Altrove. Più in là.
L’impossibilita’ di pensarla solo in un modo, questo è in definitiva il corollario della lontananza. Il non potersi soffermare a cullare un pensiero per non farsene intrappolare, rivolti contemporaneamente al domani e ai giorni andati, nello stesso momento.
“Il cameriere ha sbagliato il conto”, mi dice un mio amico, riportandomi alla realtà di questa notte cagliaritana che aspettavo da mesi e che non riesco ad afferrare appieno.
Come una nota stonata, appunto.
4. “Sky to the sea, something to see”
(Punta is Molentis, 19 agosto 2009)
Hanno finito i totani. Non ci sono più totani. I totani erano buonissimi.
Sembra essere questa l’unica preoccupazione del branco di emiliani che si agitano accanto a me, sprofondati nei loro lettini balneari. Due famiglie, a occhio e croce, che hanno scelto di invadere questo pezzo di paradiso a quaranta chilometri da Cagliari.
Chissa’ se sanno cosa significa il nome della spiaggia in cui sbraitano, rumorosi.
Un groppo separatista mi ottura la gola, e lo ricaccio giù con violenza, ancora una volta.
Una delle donne ha un seno enorme e floscio che straborda dalle coppe del pezzo superiore del suo bikini ottimista, e uno dei bambini microscopici che le ronzano attorno sembra attirato da quelle tette un tempo appetitose che evidentemente per lui non sono altro che contenitori di latte usa e getta. Uno degli uomini, slip argentati e capelli con sfumatura inizio anni 90, ha appena fatto ritorno con un piatto di plastica pieno di patate fritte, lamentandosi ancora una volta per la carenza, inaccettabile, di totani.
A parte il fatto squisitamente linguistico facente sì che i totani a queste latitudini assumano un altro nome, vorrei cercare di spiegar loro che con questo sole non dovrebbero mandar giù roba del genere, che è meglio lasciare le fritture alla sera, seduti in una qualsiasi trattoria, ma desisto quando mi accorgo che uno del branco sta sfogliando il Giornale.
In un lampo uno di loro è davanti a me e chiede aiuto mentre le sabbie mobili lo ricoprono e la sua vita dipende da me, solo da me, non c’e’ nessun altro in spiaggia, sono spariti tutti, anche i venditori di totani, stranissimo ma è così, solo io in piedi e l’emiliano ancora in fase digestiva ormai totalmente ricoperto dalla sabbia bianchissima e pregiata. Il suo urlo mortale è ormai soffocato e
Una voce amica mi sveglia dal torpore, porgendomi una pesca.
Affondo i denti nella polpa come se fosse la prima volta, la prima volta da moltissimi mesi.
I miei connazionali. Quant’e’ che li analizzo? Quanti anni saranno? Da quanto li osservo? Quand’è che il distacco infastidito e a tratti veemente si è trasformato in patetica accondiscendenza?
Che cosa manda avanti questa gente senza cultura, senza idee politiche, senza consapevolezza del loro essere un popolo ancora rispettato, nonostante tutto, nonostante le puttanate del Capo, nonostante il delirio etico e le squadracce abbigliate come in un film di guerra scadente?
Da dove si ricomincia a ricostruire?
Pochi minuti dopo sono in acqua a pancia in su, e fisso il cielo, azzurrissimo.
5. “Memorie e passi d’altri ch’io calpesto”
(Porto Torres, 9 agosto 2009)
Sono le otto di mattina e ci sono già trentadue gradi.
Guardo dal retrovisore il gigante metallico che ci ha appena vomitato sul molo, noi e altri come noi.
C’e’ un gruppetto di portuali che fa colazione nell’ampio bar un po’ ottimisticamente ribattezzato l’Oasi. Azzannano i loro cornetti come se fosse la prima volta, e sfogliano il giornale locale senza soffermarsi.
“Che cosa prendiamo signor Tore?”, urla il barista con un forte accento logudorese, rivolto a un uomo appena entrato, che mi squadra come se fossi un alieno.
Sto azzannando anch’io il mio cornetto come se fosse la prima volta. La prima volta dopo molti mesi, sotto lo sguardo divertito dei miei compagni di viaggio.
Poco più in là sul bancone due romani dibattono su un imprecisato posto dove sono stati l’anno scorso. Capto qualcosa a proposito di una caletta raggiungibile solo a piedi, dove non c’era nemmeno “er chiosco pe‘e bibbite”, e il filo dei miei pensieri appannati dalla sveglia all’alba si annoda su quelle parole smozzicate, portandomi lontano, verso una linea d’orizzonte ancora sfumata e impalpabile.
Questo cielo.
Questo cielo di un azzurro intenso, che lo si può amare senza bisogno di volontà, senza bisogno di chiosco per le bibite, con pochi soldi, poco tempo a disposizione.
Cosa rimane di una nazione, di un paese, una volta svuotato l’otre dei costumi e degli usi decennali, dei pudori catto-ecumenici? C’e’, alla fine del ragionamento, un’essenza di paese che va oltre il gioco a incastri delle mille abitudini, qualcosa che emerge dal territorio stesso, dal blocco di odori che adesso mi sta riempiendo il naso?
Paghiamo, scambio una battuta con i romani, e ci rimettiamo in viaggio.
Quindici minuti dopo siamo sperduti nel far west del Logudoro, veleggiando verso casa, e tutto il resto sembra svanito.
Siamo mai andati via?