Please Stand Up
Oggi è una bella giornata, qui a Londra.
C’e’ una bella luce netta, primaverile addirittura, e ho votato per Veltroni.
Ho ripiegato le mie schede elettorali con cura, le ho messe al sicuro dentro la busta preaffrancata e le ho rispedite al consolato. Il bravo cittadino.
Noi italiani (si può ancora dire?) all’estero votiamo prima, sfasati rispetto a un paese che a volte non riconosciamo più e che non ha posto per noi.
(Allora dimmi come va in Italia come stanno le cose veramente perché non ci capiamo nulla noi stranieri ma davvero si candida ancora? davvero? Quando imparerete quando crescerete quando diventerete una nazione adulta Berlusconi sta agitando il cadavere di Alitalia davanti alle facce intontite degli italiani siete matti siete buffi siete italiani, ma no dai parliamo del tempo no del tempo non mi va parliamo del più e del meno ma più del più perché altrimenti poi ci deprimiamo e ci mettiamo a girare per la città senza meta e torniamo a casa depressi e guardiamo il tg e ci saranno notizie cupe a poi mi ritroverò imbrigliato in un’altra conversazione come questa mi chiederanno allora dimmi come va in Italia ed io parlerò del tempo e poi del più e del meno ma più del più perché poi mi deprimo e poi)
Ed io.
Io guardo l’interlocutore e gli dico di no, che non e’ vero, che siamo una grande nazione e ci risolleveremo e la nostra mozzarella e’ la migliore del mondo, sebbene sappia un po’ di monnezza.
E no, che non credano a tutto ciò che dicono i giornali ah ah. I miei amici hanno la macchina nuova e moltissimi telefonini e scarpe Prada e cani di marca e quindi non può essere vero.
(Dove ho già letto tutto questo? Dove l'ho già sentito? Forse in mille editoriali e articoli di fondo e corrispondenze da città travolte da comizi elettorali. Era il 1996? Il 2001? Li ascolto e leggo i giornali e cerco di farmene una ragione ma non posso credere che ci siano ancora milioni di miei connazionali, persone anche intelligenti, pronti a votare ancora per)
E allora andiamo a una festa (party?) per dimenticare tutto.
Arriviamo tardi, elegantissimi.
La sera era troppo placida e rinfrescante per affrettarsi, con tutte quelle lingue arancioni allungate in cielo, un cielo fino a due ore prima da fine del mondo.
Sentiamo in lontananza echi di schiamazzi provenire dall’interno del salone lussuoso di questo hotel perso nel cuore della città che conta che non si preoccupa dei guai della vecchia Europa.
Quando varchiamo la soglia le luci violacee che impregnano la sala mi devastano il campo visivo per pochi, significativi secondi, impedendomi di preparare uno sguardo di circostanza adeguato a ciò che mi si para davanti non appena rientro in possesso delle mie diottrie: giovani uomini in jeans e mocassini-vero cuoio-ma-ehi-non-datemi-carne-rossa, capelli scolpiti in un’eterna elettrizzazione, sguardo tra l’alticcio e il frastornato; giovani donne con vestitini glamour, coscia lunga e braccia liscissime, un filo di trucco a delineare i loro lineamenti morbidi da magazine per famiglie qualunquiste. Un moto di repulsione mi agguanta la bocca dello stomaco.
Molti dei biondissimi presenti lavorano con me, molti altri sono qui come accompagnatori, amici, imbucati, autoinvitati, amanti di amanti.
Un po’ stordito, abbozzo saluti gentili all’indirizzo di gente che spero di non vedere mai più.
(Italians? Really? That’s cool. I love Italy. Prosciutto. No, never been there. Is it a bit like Spain, isn’t it?)
No. Noi siamo migliori. Ma non sciuperò il tuo stereotipo culturale, non stasera. Incrocio gli occhi tendenti al disperato di chi e’ con me e mi dirigo verso il bancone, ordinando due bicchieri del peggior vino bianco mai servito. Lo sorseggio con stile affettato, subendone il retrogusto eccessivamente fruttato, e piano piano cado in una sorta di trance indotta forse dal ricordo di milioni di feste (party?) simili, immagini sbiadite di tanti anni fa, forse dal tintinnare ipnotico di una musichina moderna tipo lato b di un singolo dei Saint Germain, forse dal profumo di incensi orientali, o forse…
-Benvenuto nel 1994.
-Eh, infatti mi sembrava che tutto questo fosse strano. Le foto dei figli, i capelli disegnati. Il finto nazionalismo populista. Il liberismo illiberale. E’ un sogno quindi. Che bello, sono contento.
-Non avrai altro dio al di fuori di chi sceglierà di dirti “non avrai altro di dio al di fuori di”.
-Non capisco ma mi sembra una frase arguta quindi farò come dici.
Guido con calma verso casa. Sembra tardissimo e invece sono le undici e quaranta.
Ci sono ancora frammenti della serata che non capisco, metafore impazzite di un periodo sfocato.
-Hai bevuto troppo, forse. E sei stanco. Lavori troppo. O magari sarà il tempo. Parliamo del tempo, ti va?
Ma no, ribadisco. Non sono stanco. Sono solo confuso, non capisco. Troppe voci e parole uguali. E’ il 1994?
Ma intanto si e’ addormentata, e percorro in silenzio, perso nei miei pensieri smozzicati, gli ultimi chilometri che ci separano da casa. Che non so esattamente quanti siano, se dieci o millecinquecento.
Stand in the place where you live. Prosciutto. Non avrai altro dio. Le foto dei figli. Party. Er monnezza. E’ il mio paese preferito ma non ci sono mai andato. Le parole sono importanti. Cani di marca con scarpe Prada. Stranieri. Green.
(E’ il 1994, e ho votato per Veltroni.)