Parklife
Gli italiani parlano ad alta voce. Gli italiani sono imbroglioni. Gli italiani hanno i capelli ingelatinati, sempre, anche quando dormono. Gli italiani sono dei latin lover e ce l’hanno lunghissimo. Gli italiani sono mafiosi. Anche i sardi sono mafiosi. Gli italiani bevono solo Chianti. Gli italiani rubano gli accappatoi degli alberghi. Gli italiani hanno sempre gli occhiali da sole ultimo modello, e non se li tolgono mai. Gli italiani non parlano inglese. Gli italiani e gli spagnoli si capiscono tra di loro, ma solo se parlano piano. Gli italiani sono sempre abbronzati.
E via dicendo.
Barbarie.
Tanti anni fa, i barbari, con le loro barbe lunghe, uscirono dalle loro terre barbariche e si spinsero a sud, devastando e bruciacchiando, fino a che, a furia di ferro e fuoco, non fecero cadere l’impero romano, a dire il vero già un po’ ammaccato.
E da lì cominciarono a mischiarsi ai civili, educati e dotti popoli del Mediterraneo, annacquando le differenze fino quasi a farle scomparire.
Ed eccoci ai giorni nostri, saturi di parassiti senza dignità.
Questo risibile excursus storico è naturalmente iperbolico e superficiale, ma serve ad introdurre l’argomento di questa settimana, cari ascoltatori e fedelissimi: che cosa rende barbara una nazione nel duemilaeotto, e da quale pulpito viene la predica?
Come ben sanno i quattro gatti che hanno continuato a leggere questo blog nonostante le lunghissime pause che mi sono preso e mi prendo tra uno scritto e l’altro, vivo nel Regno Disunito da quattro anni.
Venni qui per scelta, non per costrizione: prima del mio espatrio, ero un felice nullafacente succhia-sangue dalle casse paterne, studentello universitario con una cultura già troppo vasta per potermi permettere il lusso di imparare ancora, e la schiena abbronzata dall’immenso sole cagliaritano.
Un’onesta, ridanciana, pessimista e tendente alla lamentela esistenza da italiano vero, meno di Toto Cutugno ma sicuramente più di Bossi e Maroni: invettive contro il governo, parecchi colpi al cerchio e qualcuno anche alla botte.
Poi, non inaspettatamente, arrivò il corto circuito patriottico, preannunciato da strani sintomi psico-somatici (afasia, cefalea, stordimento, miraggi): ma che cazzo ci faccio qui ma dove cazzo vivo questa nazione di merda quest’isola di merda questa gente di merda eccetera, in un profluvio di esternazioni esterofile. E’ tutto archiviato e certificato negli scritti targati duemilaequattro. Nulla di cui vergognarsi, per carità: come scrittore e uomo (si può dire uomo in questo network?) rivendico il mio diritto alla (colpo di tosse) Evoluzione Interiore e al mutamento d’opinioni. E chi non è d’accordo può anche andarsene affanculo.
Molte delle osservazioni mosse contro la mia patria restano valide ancora oggi e temo che lo rimarranno per sempre, connaturate come sono alla nostra cultura e al dna nazionale.
Sapete di cosa parlo quindi non sprecherò parole inutili.
Ma capita di essere in fila alla cassa di un supermercato e di sbirciare nel carrello della spesa del vicino, un rubicondo e imbambolato inglesotto fresco d’ufficio, con i gemelli ai polsi e i pantaloni con l’orlo sopra la caviglia. Sbirci e ci trovi la solita, tristissima confezione di tandoori precotto, e un bricco di succo di mirtilli. E ti chiedi perché.
E ci si ritrova tutti assieme, tra colleghi, dopo una settimana lunga e pregna di scadenze importantissime, e ti accorgi di essere l’unico fermo ancora alla prima birra mentre loro, quattro pinte dopo, sono già tutti persi nel loro fantastico mondo di cazzate anglo-centriche, battute da ubriachi su altra gente ubriaca. E ti chiedi cosa abbia spinto questa nazione all’apparenza moderna a ridursi così, in un branco di decerebrati che il venerdì (ogni venerdì), a qualsiasi classe sociale appartengano, ingurgitano quantità alcoliche fuori norma dimenticandosi di mangiare, se si eccettua il kebab plastificato raccattato sulla via di casa.
Li vedi tornare a casa dopo una serata alcolica e ti trovi di fronte a uno spettacolo sociologico di difficile lettura: alcuni sono senza scarpe, come se fosse il 1500.
Ti immergi nella loro cultura per capirne i meccanismi e ti accorgi che sono molto rudimentali, azione-reazione alla massima potenza; quella che molti ritengono una società civile e progredita e’ in realtà un insieme di uomini e donne con serie difficoltà di socializzazione e profonde lacune culturali riguardo a qualunque cosa esuli dall’asse anglo-americano. Musica, letteratura, cinema, arte. Tutto.
Il loro rispetto delle regole, efficace e necessario al corretto funzionamento di un sistema-nazione, cela in realtà la totale incapacità di ribellarsi o anche solo obiettare a una norma, per quanto stupida e ridondante essa sia.
Non si tratta quindi di senso civico, ma di concreta impossibilità d’azione autonoma fuori dal solco tracciato dalle abitudini nazionali, una totale mancanza d’iniziativa personale: ecco perché, una volta giunti a Ibiza o a Mykonos, non sentendo più il freno oppressivo della patria sulle loro teste bionde, indulgono in devastazioni e scorribande, scatenando i loro sopiti istinti barbarici.
Vedendoli da vicino, osservandoli mentre t’invitano a bere una birra dopo l’ufficio per email nonostante siano seduti di fronte a te, arrivi a sospettare che gran parte dei loro vanti nazionali (l’assenza di eserciti stranieri sul loro suolo dal 1066, l’immenso impero coloniale, la rivoluzione industriale) si siano in realtà verificati per caso o comunque per una serie di fortunate combinazioni: prima fra tutte, quella di essere un’isola.
Vivendoci in mezzo, gomito a gomito in ufficio e schiena contro schiena in metropolitana, li guardi leggere i loro assurdi tabloid o qualche improbabile best-seller psico-horror e ti rendi conto di quanto ingannevoli siano le statistiche e i numeri sparati sui giornali: “gli inglesi leggono il doppio dei francesi e due volte e mezzo in più degli italiani”, ma fermatevi un attimo a considerare che il Sun ha una tiratura di tre milioni e mezzo di copie, e in Italia non lo troveresti nemmeno dal barbiere.
I quotidiani d’informazione normali rimangono nettamente sotto il milione, umiliati dalle tette in terza pagina.
Questa, signori, è una nazione dove le case sono ancora fatte di legno, dove si parla di “vittoriano” ma si dovrebbe in effetti parlare di “vecchio”. Vecchio, non antico.
Un paese dove scorrazzano ottanta milioni di topi.
Un paese dove non si produce più nulla.
La seconda potenza economica europea.
E’ la perfida Albione.