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sabato, 24 maggio 2008
 

E resta con me a guardare

 
Che scrivo scrivo scrivo e non arrivo mai da nessuna parte.
O meglio arrivo, ma poi mi fermo, mi avvito, mi avvolgo in me  stesso e nei miei asindeti, e mi perdo.

Perdo ispirazione, parola orrenda, e perdo interesse. E allora mi alzo, giro per casa, bevo un bicchiere di vino, mi risiedo, poso le dita sui tasti, scorrono veloci per un po’ ma poi il giocattolo si rompe di nuovo e mi ritrovo a smarrirmi ancora.

Senza direzione non ci può essere la meta, ho letto da qualche parte, e mi ripeto questa frase ogni volta che mi blocco, ogni volta che guardo fuori dalla finestra in cerca del filo dei miei svogliati pensieri. Ma la mia testa è già da qualche altra parte.
Sarà la stagione.
Sarà questo sabato mediocre coperto di nubi.

Gironzolo ancora un po’ e poi capito davanti ad uno specchio.

La barba cresce, i capelli pure.

E guardando guardando mi ricordo di quando avevo sette anni e aspettavo che mio padre tornasse dall’ufficio con dieci pacchetti di figurine. Il sabato erano venti.
L’album degli animali, con i pacchetti numerati, così tutti potevano completarlo. E lo completai anch’io. Ma non era la stessa cosa, e lo sapevo, e continuavo ad inseguire il miraggio di completare un album per intero affidandomi solo al Caso che governava le composizioni dei pacchetti nelle edicole.
Calciatori 82-83, con Zoff in copertina con la Coppa in mano. Me ne mancava solo una, alla fine, una di quelle insulse figurine divise in due con i giocatori di serie B, e la cercai a lungo.

Non completai mai un album di figurine.

Non so perché tutto ciò mi torni in mente adesso, senza alcuna attinenza con il presente. Forse è così che fluiscono i ricordi, esattamente come fluisce la realtà, a caso, senza connessioni tra le sequenze di cose. Incontriamo persone e ne scegliamo alcune, e allo stesso tempo ne perdiamo altre, che magari credevamo sarebbero state con noi per sempre. E sempre per cose banali, casuali.
La realtà è caos puro, eventi e persone che sbattono le une sulle altre, senza un disegno. Possiamo intervenire, certo, e fare un sacco di cose belle e brutte. Possiamo modificare tutto, ma questo non impedirà alla realtà di fluire come vuole lei.

E puoi scegliere il tuo carpe diem personale, oppure rallentare e decidere di aspettare che capiti qualcosa seduto davanti al mare e non farà nessuna differenza, perché il resto del mondo continuerà a capitarti addosso, continueremo ad andare avanti senza arrivare da nessuna parte ma non ci stancheremo di farlo, come quando avevo sette anni e non capivo nulla di quello che accadeva ma era bellissimo lo stesso.

Sette anni, e un sacco di domande, e i “sogni semplici che fanno i bambini”. Io li faccio ancora, e sono contento. C’è solo un po’ più di feedback nei miei sogni, adesso.

La barba cresce, i capelli pure, questo gustoso blogghino ha compiuto cinque anni e il suo scrivano si sposa il 21 giugno.

Mi precipito al pc e scrivo, scrivo, scrivo senza arrivare da nessuna parte ma va bene così.

 

scritto da riccardococco | 16:32 | commenti (8)



giovedì, 01 maggio 2008
 

Book of Brilliant Things

Maggio.

Ho sempre amato il mese di maggio.

Sarà forse per quelle ombre lunghe che la sera allungavano gli alberi a dismisura sulle strade non ancora arroventate dai bollori estivi.

O forse perché maggio ancora conserva in sé un po’ di quella meravigliosa ed esplosiva speranza di libertà totale che avevo quando ero un ragazzino, con le vacanze inseguite come un miraggio pronte a materializzarsi con il loro carico di dolce far nulla e mare e sole e amici e giornate che non finivano mai, persi in discussioni inutili, senza l’urgenza del tempo a soffiarci sul collo:

“Non mi piacciono i Sex Pistols”
“Non ti piacciono perché non li hai mai ascoltati”
“Ho detto che non mi piacciono, non che non li ho mai ascoltati”
“Non c’e’ bisogno di incazzarsi”
“Non mi sto incazzando”
“Si vede che sei incazzato”
“Se continui a dirmelo m’incazzo davvero”
“Vedi che ti stai incazzando?”

 E via dicendo.

Il mese di maggio.

Tutto era possibile a maggio, anche sperare d’incontrare per caso la biondina di cui eri perdutamente innamorato e magari anche parlarle, come se niente fosse:

“Ciao”
“Ciao...”
“Stai arrossendo!”
“No no è un disturbo circolatorio congenito, e poi il mio sangue è molto più rosso del normale e ho degli antenati cherokee”
“......”
“......”
“Facciamo due passi?”
“Eh mi piacerebbe ma ho molto da fare”
“Tipo?”
“......”
“Vabbe’, ciao”
“Ciao...”

Ma c’era sempre una nuova occasione dietro l’angolo, un nuovo amore, un nuovo sapore,  qualche disco nuovo da ascoltare, un’altra ombra da inseguire.

 Ecco, io pensavo a questo, stamattina, mentre leggevo sui giornali i commenti sul misurato e civile e altresì moderno e conciliante discorso di Fini alla Camera:

"Sono un uomo di parte, ma m’impegnerò per il rigoroso rispetto della parità dei diritti di tutti i parlamentari” (Le ombre blu dell’albero della piazza dove giocavo da piccolo. L’albero è sempre là, con le sue ombre lunghe, immobile), “celebrare la ritrovata libertà dell'Italia e la centralità del lavoro è un dovere cui nessuno deve sottrarsi” (“Facciamo due passi?” ed io che non so che cazzo dire, e lei che va via, ed io che torno a casa, per continuare a sognare), “la laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia” (i Sex Pistols mi hanno sempre fatto cagare, e non perché fossero brutti sporchi e cattivi, ma perché in effetti, diciamolo a voce alta, facevano cagare), “l’errata convinzione che libertà significhi pienezza di diritti e assenza di doveri e finanche di regole" (l’estate alle porte e quella meravigliosa sensazione di libertà totale, un venticello anarchico che ti accarezzava la faccia, tu spensierato ma pieno di pensieri, e il sole alto e maestoso, e giornate che sembravano non dover finire mai.)


scritto da riccardococco | 23:56 | commenti (4)



martedì, 15 aprile 2008
 

Come Stavamo Ieri?



È il 1994.


Mi risveglio dopo una notte agitata, spezzettata, tormentata, ed esco a fare due passi.

È domenica, e il cielo è grigio come se fosse autunno.

Per strada non c’è quasi nessuno.
 

I manifesti elettorali mezzo strappati dai muri punteggiano le vie come coriandoli dopo una notte di festa, dando alla città un aspetto irreale, come un palcoscenico teatrale che sta per essere smontato.
 

“Non dura”, ripete il mio amico che sa tutto.

Non dura, mi ripeto io. E non so se stiamo parlando del tempo, delle nostre fidanzate che non ce la vogliono dare o del governo, e sorrido.

“Ai posteri”, ribatto.

Lui sorride, con meno convinzione.

 

 

(Interno treno, 15 Aprile 2008)

Mattina presto. Stanco, assonnato e sbigottito, guardo i giornali delle persone che ho davanti, accanto, dietro, ovunque.

C’è un ragazzo francese con una copia di un quotidiano che da qui non riesco ad inquadrare. Forse Le Monde.

Si parla di noi, della Lega, dei denti bianchissimi di Berlusconi. Ingoio un altro grumo di sconfitta. Siamo la parte civile del paese, mi ripeto, il trentatrè per cento.

E mi viene in mente che ieri,  mentre ero seduto nel cesso del mio ufficio,  mezzora dopo le prime, nette proiezioni, ho notato sul pavimento un inserto di un giornale locale.
La vignetta del giorno era dedicata al nostro nuovo presidente del Consiglio, che in un inglese italianizzato e caricato il più possibile arringava folle, mafie, preti, papi.

C’erano dentro, frullati a beneficio del lettore occasionale, tutti gli stereotipi che ci accompagnano ogni giorno, qui e nel resto dell’Europa.
Tutto elevato alla massima potenza, ovviamente, tutto ridotto a macchietta da chi di tanto in tanto s'imbatte nelle nostre vicissitudini in un trafiletto e poi entra in un ristorante italiano gestito da polacchi bramoso di vedere confermati i suoi pregiudizi.
E ci riesce, naturalmente. Esce contento,  in bocca il sapore assurdo della sua pizza all’ananas, sospirando di sollievo per non essere noi.

 

Mi è venuta in mente quella vignetta mentre ero in metropolitana, la testa piena di cifre e seggi.

Il nostro paese incarnato dal berlusconismo sul pavimento striato di piscio di un cesso di un ufficio della City.

Figure retoriche, le chiamano.

 

È il 1994 e siamo i posteri, amico mio, in una bizzarra sovrapposizione temporale.

Siamo i posteri, e bisogna smettere di lamentarsi.


scritto da riccardococco | 16:19 | commenti (9)



domenica, 30 marzo 2008
 

Please Stand Up


Oggi è una bella giornata, qui a Londra.  

C’e’ una bella luce netta, primaverile addirittura, e ho votato per Veltroni.          
Ho ripiegato le mie schede elettorali con cura, le ho messe al sicuro dentro la busta preaffrancata e le ho rispedite al consolato. Il bravo cittadino.
Noi italiani (si può ancora dire?) all’estero votiamo prima, sfasati rispetto a un paese che a volte non riconosciamo più e che non ha posto per noi.

 (Allora dimmi come va in Italia come stanno le cose veramente perché non ci capiamo nulla noi stranieri ma davvero si candida ancora? davvero? Quando imparerete quando crescerete quando diventerete una nazione adulta Berlusconi sta agitando il cadavere di Alitalia davanti alle facce intontite degli italiani siete matti siete buffi siete italiani, ma no dai parliamo del tempo no del tempo non mi va parliamo del più e del meno ma più del più perché altrimenti poi ci deprimiamo e ci mettiamo a girare per la città senza meta e torniamo a casa depressi e guardiamo il tg e ci saranno notizie cupe a poi mi ritroverò imbrigliato in un’altra conversazione come questa mi chiederanno allora dimmi come va in Italia ed io parlerò del tempo e poi del più e del meno ma più del più perché poi mi deprimo e poi)

Ed io.

Io guardo l’interlocutore e gli dico di no, che non e’ vero, che siamo una grande nazione e ci risolleveremo e la nostra mozzarella e’ la migliore del mondo, sebbene sappia un po’ di monnezza.

E no, che non credano a tutto ciò che dicono i giornali ah ah. I miei amici hanno la macchina nuova e moltissimi telefonini e scarpe Prada e cani di marca e quindi non può essere vero.

(Dove ho già letto tutto questo? Dove l'ho
già sentito? Forse in mille editoriali e articoli di fondo e corrispondenze da città travolte da comizi elettorali. Era il 1996? Il 2001?  Li ascolto e leggo i giornali e cerco di farmene una ragione ma non posso credere che ci siano ancora milioni di miei connazionali, persone anche intelligenti, pronti a votare ancora per)

E allora andiamo a una festa (party?) per dimenticare tutto.

Arriviamo tardi, elegantissimi.

La sera era troppo placida e rinfrescante per affrettarsi, con tutte quelle lingue arancioni allungate in cielo, un cielo fino a due ore prima da fine del mondo.

Sentiamo in lontananza echi di schiamazzi provenire dall’interno del salone lussuoso di questo hotel perso nel cuore della città che conta che non si preoccupa dei guai della vecchia Europa.

Quando varchiamo la soglia le luci violacee che impregnano la sala mi devastano il campo visivo per pochi, significativi secondi, impedendomi di preparare uno sguardo di circostanza adeguato a ciò che mi si para davanti non appena rientro in possesso delle mie diottrie: giovani uomini in jeans e mocassini-vero cuoio-ma-ehi-non-datemi-carne-rossa, capelli scolpiti in un’eterna elettrizzazione, sguardo tra l’alticcio e il frastornato; giovani donne con vestitini glamour, coscia lunga e braccia liscissime, un filo di trucco a delineare i loro lineamenti morbidi da magazine per famiglie qualunquiste. Un moto di repulsione mi agguanta la bocca dello stomaco.

Molti dei biondissimi presenti lavorano con me, molti altri sono qui come accompagnatori, amici, imbucati, autoinvitati, amanti di amanti.  

Un po’ stordito, abbozzo saluti gentili all’indirizzo di gente che spero di non vedere mai più.

(Italians? Really? That’s cool. I love Italy. Prosciutto. No, never been there. Is it a bit like Spain, isn’t it?)

No. Noi siamo migliori. Ma non sciuperò il tuo stereotipo culturale, non stasera. Incrocio gli occhi tendenti al disperato di chi e’ con me e mi dirigo verso il bancone, ordinando due bicchieri del peggior vino bianco mai servito. Lo sorseggio con stile affettato, subendone il retrogusto eccessivamente fruttato, e piano piano cado in una sorta di trance indotta forse dal ricordo di milioni di feste (party?) simili, immagini sbiadite di tanti anni fa, forse dal tintinnare ipnotico di una musichina moderna tipo lato b di un singolo dei Saint Germain, forse dal profumo di incensi orientali, o forse…

-Benvenuto nel 1994.
-Eh, infatti mi sembrava che tutto questo fosse strano. Le foto dei figli, i capelli disegnati. Il finto nazionalismo populista. Il liberismo illiberale. E’ un sogno quindi. Che bello, sono contento.
-Non avrai altro dio al di fuori di chi sceglierà di dirti “non avrai altro di dio al di fuori di”.
-Non capisco ma mi sembra una frase arguta quindi farò come dici.

 
Guido con calma verso casa. Sembra tardissimo e invece sono le undici e quaranta.
Ci sono ancora frammenti della serata che non capisco, metafore impazzite di un periodo sfocato.

-Hai bevuto troppo, forse. E sei stanco. Lavori troppo. O magari sarà il tempo. Parliamo del tempo, ti va?

Ma no, ribadisco. Non sono stanco. Sono solo confuso, non capisco. Troppe voci e parole uguali. E’ il 1994?

Ma intanto si e’ addormentata, e percorro in silenzio, perso nei miei pensieri smozzicati, gli ultimi chilometri che ci separano da casa. Che non so esattamente quanti siano, se dieci o millecinquecento.

Stand in the place where you live. Prosciutto. Non avrai altro dio. Le foto dei figli. Party. Er monnezza. E’ il mio paese preferito ma non ci sono mai andato. Le parole sono importanti. Cani di marca con scarpe Prada. Stranieri. Green.

(E’ il 1994, e ho votato per Veltroni.)

              

scritto da riccardococco | 17:44 | commenti (4)



lunedì, 10 marzo 2008
 

Is There Anybody Out There?



Ti svegli nel cuore della notte e senti dei rumori.

Fai un giro della casa, scalzo, infreddolito.

Stavi sognando che tua mamma ti portava a scuola e faceva freddo, un marzo di tanti anni fa. Il grembiule, il fiocco. La cartella con un indiano disegnato sul davanti, penne multicolori a solcargli il capo.

Con il cervello ancora impastato dal sonno la prima cosa che ti viene in mente è che non era tua madre a portarti a scuola ma tuo padre.

(I sogni modificano a loro piacimento i ricordi, e non hanno alcun senso.)

 

Hai ancora nella retina l’immagine di te bambino, quando la realtà ti scuote bruscamente dal tuo torpore notturno. Rumori.

Rumori che provengono da chissà dove.

 

Sei seduto in cucina, da solo. Non vuoi svegliarla, e ora che l’angoscia ti ha stretto nel suo freddo abbraccio decidi di svernare un po’.

Dentro di te sai esattamente cosa si cela dietro i rumori, ma fatichi ad ammetterlo per paura di doverne affrontare le conseguenze. Fuori è buio e non ci sono luci accese.

 

Fai di nuovo il giro della casa, più accuratamente stavolta, stando attento a ogni piccola variazione sonora nel silenzio della notte.

Nessun suono.

 

La notte t’inghiotte di nuovo, avviluppandoti tra le sue calde cavità piumonose.


 

Tre giorni dopo sono le nove e mezza di sera e sei seduto sul divano, rilassato, quando succede.

Nulla più di un guizzo sfuggente, difficile da registrare visivamente.

Ma sai che è lui.

Sai che è venuto allo scoperto per sfidarti apertamente, il bastardo, consapevole del vantaggio che nutre su di te.

Sai che è giunto il momento di affrontarlo, e da domani sarà guerra, o tu o lui.

 

Sono le nove e mezza di sera e la città si prepara per la notte, ma tu non riesci a prendere sonno e non dormirai.

 

Sigilli il salotto come meglio puoi e ti siedi in cucina, esausto.

Fuori è buio e non ci sono luci.

Cerchi di concentrarti e di ripensare a ciò che hai visto ma non ci riesci.

Fai un giro della casa, muovendoti piano, gli occhi fissi su ogni angolo nascosto, aspettando rumori che non arriveranno mai.

 

Maledetto topo del cazzo.

 

 

scritto da riccardococco | 17:11 | commenti (6)



giovedì, 31 gennaio 2008
 

Be my Light, Be my Guide

 


Hai passato tutta la giornata ad ascoltare Perfect Day.

Ti sei alzato tardi, hai deciso che avresti lavorato da casa e ti sei steso sul divano.

Fuori c’era il sole, verso le undici, e gia’ questo ti ha fatto venire una parvenza di buonumore.

Ma poi.

Poi hai acceso lo stereo, mentre ti facevi largo tra le centotrentasette email arrivate tra le 9.50am ora di Hyderabad, India e le 10.16am ora di Greenwhich.

Hai acceso lo stereo e hai messo su Perfect Day.

L’idea iniziale era quella di ascoltare tutto Transformer; ti avrebbe accompagnato placidamente lungo la fine della mattinata, con quella produzione bowiana e quelle chitarre taglienti che tanti hanno provato a riprodurre.
 

Hai immaginato Lou Reed, oggi, a passeggio col cane per Brooklyn. Non sei nemmeno sicuro che abbia un cane.

Cosa farebbe Lou Reed se avesse a disposizione un’intera mattinata d’anarchia, strappata alle fauci della quotidianita’ piatta e scolorita?

Poi hai riflettuto che per Lou Reed l’anarchia mattutina e’ la quotidiantia’, e ti sei fermato un attimo a ponderare i concettti intercambiabili di anarchia e quotidianita’.

E’ stato allora che ti e’ venuto in mente che nessuno ha idee veramente originali e qualsiasi cosa venga detta viene smentita o contiene gia’ al suo interno un suo doppio specularmente opposto. Ogni volta che hai letto o sentito qualcosa che ti ha fatto pensare “questa e’ la cosa piu’intelligente che abbia mai sentito” stavi in realta’ sposando arbitrariamente un concetto che un altro come te avrebbe trovato privo d’interesse di lí a poco.
E ti sono venuti in mente i concetti di Bellezza e Purezza e Arte con cui ti riempivi la bocca quando avevi vent’anni, e hai sorriso.

 

Il passo successivo lo conosciamo gia’.

Hai passato tutta la giornata ad ascoltare Perfect Day, gongolando nella tua raggiunta consapevolezza del non essere consapevole di nulla.

 

Una contraddizione, se vogliamo, ma ancora non lo sai e noi non te lo diremo: ti lasceremo la’, felice, sdraiato sul tuo morbido divano blu, con lo stereo acceso e il pc in standby, convinto che non esistano certezze ma solo opinioni, orgoglioso della tua anarchia intellettuale e pronto a rinegoziare il tuo fardello di idee polverose con la tua nuova visione del mondo.

 

Domani cambierai idea, ancora,  ma non importa: e’ il 2008, e c’e’ bisogno di suoni rotondi.

Un nuovo punto di vista, rinnovata vitalita’, scarpe piu’ comode e post che non vanno da nessuna parte.

 

Bisogna pur ispirarsi a qualcosa, d’altronde.  



scritto da riccardococco | 13:23 | commenti (4)



venerdì, 25 gennaio 2008
 
Spirits in the Material World

E’ notte fonda quando spengo il mio computer nuovo di zecca. (Il vecchio, come noto, venne trafugato da ignoti rotti in culo. Se ho un pregio e’che non serbo rancore.)


E’ notte fonda e fuori cantano i grilli.
O forse i grilli ci sono solo nella mia testa, ma e’ piacevole lo stesso e mi riporta indietro di tanti anni, a quando ero giovane e spensierato e intavolavo discussioni tipo:

1992

Riccardo spensierato: “Cosa facciamo stasera? Donne e motori?”
Amico appassionato solo di Proust: “Pensavo di stare a casa a leggere Proust”
R.s.: “Nemmeno un concerto proto punk di adolescenti disturbati         con i genitori separati con i tagli di lametta sulle braccia? eh? che ne dici?”
A.a.s.d.P.: “Solo se poi ci fracassiamo la testa contro gli amplificatori”
R.s.: “Cosi’ mi piaci”


In ogni caso e’ proprio notte fonda, e sto crollando dal sonno.
C’e’ un momento, credo, nella vita non dico di un uomo, ma almeno di uno scrittore di blog, in cui ci si ferma a fare un bilancio di cio’ che si e’ prodotto fino a quel momento.

Ma poi basta un battito d’ali per distoglierti dai tuoi saggi propositi e sei di nuovo la’, ad amareggiarti per la caduta del governo.

(maporcadiunaputtanaladravaccaboiamastelladimerdatestadicazzoinutile cheorariconsegnailpaesenellemaniprescrittedisilvioedeisuoialleatifantocciodelcazzo conquestamerdadileggeelettoralecontuttiglistronzichecisonoingiroglistessiche vannoalcinemaavedereifilmconscamarcioepoivotanoperilpopolodelleliberta’deimieicoglioni datemiunpassamontagnaeunfucileacannemozzedatemelosubitodatemeloadesso altrocheparlamentarizzazionealtroche)
 
Dopo esserti sfogato ripensi a quando eri un giovane spensierato e pensi a quali discorsi potresti intavolare, oggi, con il tuo amico, dopo tanti, troppi cambiamenti:

2008

Riccardo barbuto: “Cosa faremo adesso?”
Amico che vota a destra e non legge piu’ Proust: “Eh?”
R.b: “E’ caduto il governo! Stiamo riconsegnando il paese ai berluscones!”
A c.v.a.d.e.n.l.p.P (bevendo prosecco) : “Brutto comunista di merda”
R.b : “....”

 

scritto da riccardococco | 17:36 | commenti (3)



martedì, 15 gennaio 2008
 

Take it Easy Chicken


Guardo un programma sui polli.

Ce ne sono migliaia chiusi in uno spazio ridottissimo, messi all’ingrasso per poter poi essere macellati.


Le luci vengono spente trenta minuti appena nell’arco di ventiquattro ore, cosi’ non si addormentano e mangiano di piu’.

Dormono nella merda che producono, e hanno le zampe bruciate dall’ammoniaca contenuta nelle loro stesse urine.

Ogni giorno un uomo in tenuta antiradiazioni entra e compie un accurato giro d’ispezione: i volatili che non camminano bene o non si reggono piu’ sulle zampe vengono soppressi in quanto non profittevoli (non camminando, non arrivano alle mangiatoie e non acquistano peso).

Dopo quarantacinque giorni d’ilarita’, i fortunati sopravvissuti, grassi e ormai incapaci di muoversi, vengono mandati al macello.

 

Su un altro canale, un ometto in giacca a quadri mi racconta di quanto sia dannoso Facebook, business multimilionario ideato da un neocon con pretese da Superuomo che puo’ vantare tra i suoi soci lobby para spionistiche e gli uomini in grigio antracite della Microsoft.

59 milioni di persone hanno gia’ riversato in rete dati personali, gusti musicali, racconti dettagliati della loro prima volta e la data del compleanno della mamma, in attesa (inconsapevole) di ricevere un frullato di banners pubblicitari fatti su misura: un biglietto d’auguri a forma di vagina con su scritto “alla mamma migliore del mondo”, che una volta aperto riproduce la tua canzone preferita, quella che c’era in quel film di cui non ricordi il titolo. Sí, quella.

Stiamo tutti correndo fra le braccia ciccione delle multinazionali, mi dice l’ometto in giacca a quadri con un sorriso furbetto, mentre ci scambiamo filmati esilaranti presi da YouTube.

Abbiamo le chiome dorate, e i piedi d’argilla.

 

Ed io, che un account su Facebook ce l’ho, improvvisamente comincio ad emettere strani starnazzamenti, e ingrasso a vista d’occhio, faticando a muovermi.  

Giro di vite sul pollo, da domani. 


scritto da riccardococco | 16:45 | commenti (4)



martedì, 08 gennaio 2008
 

You got a light you can feel it on your back

 


E’ il 2008, c’e’ bisogno di suoni rotondi.

Maestosita’, ridondanze, qualcosa che ci faccia sentire vivi dopo le scosse sismiche degli ultimi anni.

Parole definitive, epicita’, come ai tempi di The Joshua Tree, che non a caso i ricchissimi U2 hanno ripubblicato con ricchi premi e cotillons per tutti. 

Assoli portentosi, e vaffanculo ai Sex Pistols.

Non ci interessa l’emo, il new-rave, il free jazz punk inglese.

Siamo vecchi abbastanza per poter ascoltare Jigsaw Falling into Place con orecchio gia’ nostalgico, rinverdendo per pochi attimi notti passate ad ascoltare The Bends scrivendo lettere d’amore a donne lussemburghesi con i denti sporgenti.

Niente fratture nei tempi, niente breakbeat, niente LCD Soundsystem. Siamo talmente indietro da essere oltre, doppiati in una corsa con le regole invertite.

Non ci taglieremo i capelli dopo aver letto GQ, e non compreremo lacche e brillantine.

Il ritorno degli anni 80 ci lascera’ indifferenti e sbufferemo distratti sul culo di Naomi Campbell.

Avremo idee politiche da confutare, domande da riproporre.

Ci faremo crescere la barba, un paio di centimetri appena, per differenziarci da chi e’ liscio e in sintonia con il Gusto.

Non creeremo tendenze, ne’ seguiremo correnti.

Leggeremo libri di dieci anni fa come fosse oggi, senza la minima traccia di rimpianti.

Non e’ dietrologia. Non e’ rifiuto del qui ed ora.

Sono i piloni del passato prossimo che puntellano la facciata attuale del Palazzo del Presente, dipinta di fresco, inconsapevole della sua storia, esuberante e felice di esserci.

Sono le reliquie scintillanti di storie personali e globali che gridano tutta la loro urgenza, sputando in favore di vento.

Sono le volute di fumo azzurro che si levano alte nel cielo e provengono da tempi lontani, altri spazi, altre facce.

E’ la risacca dolce e vellutata della ciclicita’, il bisogno di mettere ordine nel caos senza chiudere il cerchio ma ampliandone il raggio.

E’ il rifiuto di catalogazioni temporali e di vecchio e nuovo definiti dagli uomini in nero del marketing.

E’ una vecchia lotta con un significato attualissimo.

E’ il modernismo che sfila in parallasse sullo sfondo di una modernita’velocissima. 


E’ il 2008, e c’e’ bisogno di suoni rotondi.

 

scritto da riccardococco | 13:13 | commenti (3)



mercoledì, 02 gennaio 2008
 
scritto da riccardococco | 13:12 | commenti (3)