UNREAL CITY

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domenica, 20 settembre 2009
 

Arribbau mi 'ndi andu


1. "Per un passo inerte, più in là"

(Genova, porto, 8 agosto 2009)

 

Sono tutti napoletani. Quelli che dirigono il traffico con caotica italianità, le voci sputate dagli altoparlanti gracchianti arrugginiti dall’umidità’. Anche molti degli occupanti delle auto in fila con noi sono napoletani.

“Sono sicuramente emigrati pure loro”, osservano i miei compagni di viaggio, anticipandomi.

Ci sono dei bambini seduti sul tettuccio della BMW davanti a me, la targa è tedesca ma i quattro mori che rifulgono sul lunotto la dicono lunga sulla nazionalità di almeno uno dei genitori.

60 milioni di abitanti e chissà quanti altri in giro per il globo.

Tutti in fila qui, e in tutti gli altri porti, valichi, frontiere, per accaparrarsi un pezzo d’agosto che li faccia sentire meno soli, meno lontani, meno estranei al posto dove sono nati.

La “terra dei padri”, come la chiamano con altisonante austerità i tedeschi, sfumandola leggermente rispetto alla nostra “patria”.

Vorrei chiedere al tedesco (ma probabilmente sardo) davanti a me cosa pensa di queste sottili differenze semantiche tra le varie parole atte a definire l’insieme di odori, colori, voci, suoni, cieli e gesti che riconosciamo come nostri appena rimettiamo piede al di qua del confine, dopo mesi di esilio, viaggio, noia, lavoro o chissà.

Immagino il sardo-teutonico fermarsi in un autogrill nel comasco, subito dopo essere sbucato fuori dal San Gottardo; lo vedo varcare le porte automatiche con un mezzo sorriso, respirare a pieno naso la miscela di caffè, paste e pizzette riscaldate nei fornetti che caratterizza ogni bar italiano, e sospirare, felice di sentirsi a casa anche se non ha mai messo piede in Lombardia.

Che cos’e’ questa melassa sensuale, questa sensazione dolce e umida che ci calamita qui nonostante tutto?

Perché in questo preciso istante voglio solo tornare a casa e non mi curo del gruppo di piemontesi savoiardi che vociano dall’abitacolo della loro Mini rossa, già avvolti nei loro abiti estivi imposti dal regime certosacentrico?

 

Ci siamo mossi di un metro intanto. Ci saranno trentacinque gradi. Sorrido.

 



2. "I tuoi problemi sono di altra natura"

(Saint Sabine, Francia, 7 agosto 2009)

 

Sei una persona curiosa, il mondo ti affascina. Hai amicizie varie, diverse nazionalità e opinioni politiche, perché non sopporteresti di circondarti di persone sempre uguali a te.

Tra questi tuoi amici alcuni sono francesi, e si portano dietro il loro bagaglio di padelle per crepes, fois gras e naso da bordeaux, ovunque vadano.
Li rispetti, nonostante le rivalità, la loro spocchia e accantonando momentaneamente la nostra vittoriosa finale di Berlino 2006.

Parli con loro e ti dicono che in Francia si sta male. In Francia il lavoro non c’e’, in Francia le paghe sono basse, in Francia sono razzisti.

Tu li osservi, pacato, e mentalmente ripercorri gli ultimi mesi di puttane, registratori nascosti nelle mutande, letti grandi, feste di compleanno e autisti di Craxi.

Deglutisci amaro.

Ora sei qui, in questo maniero sprofondato nella ricca campagna francese, e non c’e’ un suono.

Dalla finestra si scorgono ancora le sagome delle balle di fieno sparse tutte intorno.


A cena, uno dei camerieri sta versando il vino e scherza in un italiano stentato.

“Berlusconí”, esclama divertito alla fine di una mezza frase che intuisco essere d’innocuo scherno. Ha i denti storti e ingialliti dal fumo.

Vorrei, d’impeto, dirgli che il petto d’anatra che mi ha appena servito è buono ma mia mamma lo fa meglio, ma ricaccio indietro il mio istinto qualunquista e patriottico e sorrido.

“L’Italia è un paese complesso”, rispondo, cercando di articolare una difficile difesa del mio cortile dall’attacco degli strali dei vicini.

Lui rimane perplesso, o forse semplicemente non gliene frega nulla.

Tornando verso l’albergo, ripenso ai miei amici francesi e alla loro appassionata disamina dei mali della loro nazione, opinabile forse, ma coraggiosa e sincera, netta e ferma.

Tutte cose che io non so più fare, o perlomeno non adesso, non qui, non a 350 chilometri dal confine patrio.

La notte cala come una nebbia offuscante sui miei pensieri patriottici a scartamento ridotto, e sulla mia annebbiata capacità di autocritica.

I figli tuoi, la gente, la lingua, l’aria, la terra, il sangue, il confine, i grilli che ti cullano placidi, stanotte.

 

 

3. “Pacificami il cuore”

(Cagliari, Bastione Saint Remy, 14 agosto 2009)

 

E’ dunque possibile amare questo paese solo quando ce ne si allontana?

Cos’e’ questa sensazione di disagio che provo adesso, circondato da questa gente ben vestita e notevolmente abbronzata? Che lingua stanno parlando?

 

Notte stellata. Calda, leggermente ventilata. Cielo a perdita d’occhio, che oltre i tetti delle case in lontananza si ricongiunge al mare, in un abbraccio eterno che sa di sicurezze incancellabili, mie e di nessun altro.

E’ tutto come dovrebbe essere.

Eppure.

Eppure c’e’ una nota stonata, fuori spartito, appiccicata da chissa’ chi in un momento di delirio, uno spartito rossiniano storpiato da un’incursione jazzistica, un tempo dispari, una sbavatura che altrove, forse, risplenderebbe della sua stessa imperfezione e invece qui stride, contrasta, impatta con un muro familiare ma a tratti estraneo, un muro fatto di certezze rassicuranti ma inafferrabili.

Una nota stonata e sono io, me ne rendo conto proprio mentre cerco di correggere l’esposizione ancora un po’, per catturare tutti i colori di questa notte antica e odierna.

Io, e la mia lontananza che m’impedisce di afferrare completamente il senso di quello che mi passa davanti agli occhi, o forse me lo fa vedere troppo chiaramente e allora è più facile distogliere lo sguardo. Altrove. Più in là.

L’impossibilita’ di pensarla solo in un modo, questo è in definitiva il corollario della lontananza. Il non potersi soffermare a cullare un pensiero per non farsene intrappolare, rivolti contemporaneamente al domani e ai giorni andati, nello stesso momento.

“Il cameriere ha sbagliato il conto”, mi dice un mio amico, riportandomi alla realtà di questa notte cagliaritana che aspettavo da mesi e che non riesco ad afferrare appieno.

Come una nota stonata, appunto.

 

 

 

4. “Sky to the sea, something to see”

(Punta is Molentis, 19 agosto 2009)

 

Hanno finito i totani. Non ci sono più totani. I totani erano buonissimi.

Sembra essere questa l’unica preoccupazione del branco di emiliani che si agitano accanto a me, sprofondati nei loro lettini balneari. Due famiglie, a occhio e croce, che hanno scelto di invadere questo pezzo di paradiso a quaranta chilometri da Cagliari.

Chissa’ se sanno cosa significa il nome della spiaggia in cui sbraitano, rumorosi.

Un groppo separatista mi ottura la gola, e lo ricaccio giù con violenza, ancora una volta.

Una delle donne ha un seno enorme e floscio che straborda dalle coppe del pezzo superiore del suo bikini ottimista, e uno dei bambini microscopici che le ronzano attorno sembra attirato da quelle tette un tempo appetitose che evidentemente per lui non sono altro che contenitori di latte usa e getta. Uno degli uomini, slip argentati e capelli con sfumatura inizio anni 90, ha appena fatto ritorno con un piatto di plastica pieno di patate fritte, lamentandosi ancora una volta per la carenza, inaccettabile, di totani.

A parte il fatto squisitamente linguistico facente sì che i totani a queste latitudini assumano un altro nome, vorrei cercare di spiegar loro che con questo sole non dovrebbero mandar giù roba del genere, che è meglio lasciare le fritture alla sera, seduti in una qualsiasi trattoria, ma desisto quando mi accorgo che uno del branco sta sfogliando il Giornale.

In un lampo uno di loro è davanti a me e chiede aiuto mentre le sabbie mobili lo ricoprono e la sua vita dipende da me, solo da me, non c’e’ nessun altro in spiaggia, sono spariti tutti, anche i venditori di totani, stranissimo ma è così, solo io in piedi e l’emiliano ancora in fase digestiva ormai totalmente ricoperto dalla sabbia bianchissima e pregiata. Il suo urlo mortale è ormai soffocato e  

Una voce amica mi sveglia dal torpore, porgendomi una pesca.

Affondo i denti nella polpa come se fosse la prima volta, la prima volta da moltissimi mesi.

I miei connazionali. Quant’e’ che li analizzo? Quanti anni saranno? Da quanto li osservo? Quand’è che il distacco infastidito e a tratti veemente si è trasformato in patetica accondiscendenza?

Che cosa manda avanti questa gente senza cultura, senza idee politiche, senza consapevolezza del loro essere un popolo ancora rispettato, nonostante tutto, nonostante le puttanate del Capo, nonostante il delirio etico e le squadracce abbigliate come in un film di guerra scadente?

Da dove si ricomincia a ricostruire?

 

Pochi minuti dopo sono in acqua a pancia in su, e fisso il cielo, azzurrissimo.

 

 

 

5. “Memorie e passi d’altri ch’io calpesto”

(Porto Torres, 9 agosto 2009)

 

Sono le otto di mattina e ci sono già trentadue gradi.

Guardo dal retrovisore il gigante metallico che ci ha appena vomitato sul molo, noi e altri come noi.

C’e’ un gruppetto di portuali che fa colazione nell’ampio bar un po’ ottimisticamente ribattezzato l’Oasi. Azzannano i loro cornetti come se fosse la prima volta, e sfogliano il giornale locale senza soffermarsi.

“Che cosa prendiamo signor Tore?”, urla il barista con un forte accento logudorese, rivolto a un uomo appena entrato, che mi squadra come se fossi un alieno.

Sto azzannando anch’io il mio cornetto come se fosse la prima volta. La prima volta dopo molti mesi, sotto lo sguardo divertito dei miei compagni di viaggio.

Poco più in là sul bancone due romani dibattono su un imprecisato posto dove sono stati l’anno scorso. Capto qualcosa a proposito di una caletta raggiungibile solo a piedi, dove non c’era nemmeno “er chiosco pe‘e bibbite”, e il filo dei miei pensieri appannati dalla sveglia all’alba si annoda su quelle parole smozzicate, portandomi lontano, verso una linea d’orizzonte ancora sfumata e impalpabile. 

Questo cielo.

Questo cielo di un azzurro intenso, che lo si può amare senza bisogno di volontà, senza bisogno di chiosco per le bibite, con pochi soldi, poco tempo a disposizione.

Cosa rimane di una nazione, di un paese, una volta svuotato l’otre dei costumi e degli usi decennali, dei pudori catto-ecumenici? C’e’, alla fine del ragionamento, un’essenza di paese che va oltre il gioco a incastri delle mille abitudini, qualcosa che emerge dal territorio stesso, dal blocco di odori che adesso mi sta riempiendo il naso?

Paghiamo, scambio una battuta con i romani, e ci rimettiamo in viaggio.

 

Quindici minuti dopo siamo sperduti nel far west del Logudoro, veleggiando verso casa, e tutto il resto sembra svanito.

 

Siamo mai andati via?

  

  

scritto da riccardococco | 23:07 | commenti



martedì, 16 giugno 2009
 
Antenna
 
“No perché non credo che insomma il panorama sia del tutto scadente in quanto ci sono in giro alcune notevoli bla bla bla e la scena e bla bla bla in continua evoluzione bla livello sonoro bla struttura e”

Sono passati quasi dieci minuti da quando ha iniziato a parlare, e quasi cinque da quando ho deciso di ascoltarlo a intervalli regolari, occupando i vuoti con la ricostruzione mentale di alcune scene di vecchi film tedeschi in bianco e nero.
E’ che quando sento scena e panorama all’interno dello stesso periodo cominciano a sorgermi tremendi sospetti sull’umanità, e m’intristisco.
 
Provo a virare su argomenti meno sciocchi, ma non c’e’ verso di fermarlo: il mio giovane interlocutore è ormai un fiume in piena di espressioni abominevoli come “sbornia da inizio millennio” e “ridondanti chiaroscuri”, e nell’orgia di relative e concessive che fuoriescono inarrestabili dalla sua bocca la mia mente comincia a vagare, libera, verso mete più piacevoli.
 
E mi ritornano in mente calde notti estive passare a guardare un programma che si chiamava Alternative Nation. Lo trasmetteva MTV Europe, e questo è male, ma il programmino in questione era tutt’altro che plastificato, vuoi per l’ora tarda (cominciava all’una di notte, quindi senza interruzioni pubblicitarie milionarie per giovani non più tanto giovani travestiti da giovanissimi), vuoi per il taglio (almeno all’inizio) meno banale che la parrocchia europea mtveggiante aveva assunto.
Era il 1995, i vent’anni mi schiacciavano le spalle con tutta la loro urgenza e ansia di fare ma soprattutto di non fare, la musica che mi girava intorno era tanta e tutta buonissima, e in quel programmino di tre quarti d’ora scarsi mi passavano davanti agli occhi il meglio di un certo rock trasversale americano cugino dei Dinosaur Jr e compagno di banco dei già pompatissimi e sghembi Pavement, insieme a una buona dose di gruppi britannici in cerca di gloria, tutti nuvole opache e arpeggi (fu lì che m’imbattei nei primissimi video degli allora sconosciuti Belle & Sebastian). Completavano il quadro moderati e gradevoli dosaggi di elettronica morbida e vellutata, prima che venisse presa in ostaggio e svuotata dall’avvento dei buddhabarchillout.
Ecco io pensavo a tutto questo, e alle mie montagnole di Melody Maker sparse sul mio pavimento di allora, e a un paio di cuffie AKG appese alla maniglia della porta e a Londra che in quelle calde notti sembrava lontanissima.
 
“Ma mi ascolti?”
“Eh?”
“No dico, mi stai ascoltando?”
 
Lo guardo smarrito per alcuni interminabili ed imbarazzanti secondi, fisso i suoi abiti non abbinati che gli conferiscono un’aria innegabilmente giovanissima, e sono pronto a inventare una frase di circostanza per riagganciarmi al suo palloso discorso sullo stato della scena, quando d’improvviso mi accorgo di avere vent’anni, e sorrido, trasversale.   
 
 
scritto da riccardococco | 22:43 | commenti (2)



sabato, 30 maggio 2009
 
Vagano, vagano, vagano

  In un tiepido sabato di maggio,La Repubblica.it riporta in prima pagina, bullandosene anche un po’, un articolo apparso oggi sul Guardian (giornale definito autorevole senza che in realtà lo sia: ma è facile sembrare autorevoli in un paese dove il giornale più letto è il Sun). Lo si può leggere
qui.

Nulla di trascendentale, per carità: un breve elogio della Repubblica stessa, molto più breve del commento scritto sul suddetto articolo dal pur bravo Franceschini (no, non Dario il demo-comunista): in esso, il corrispondente italiano del Guardian cita le dieci domande sul caso Letizia eccetera eccetera, conosciamo la storia.

E fin qui nulla di insolito: sappiamo che minestra passa la nostra mensa nazionale. Quello di cui parecchi si dimenticano è che quella minestra piace a tanti, troppi, milioni, la schiacciante maggioranza dei miei compatrioti (anche se il termine compaesani parrebbe più adatto).

A ricordarcelo ci ha pensato un non identificato signorotto inglese (o forse no, forse un italiano che si spaccia per anglo: non importa), che, nascosto tra i commenti (tanti, e la maggior parte piagnoni e banali) giunti all’edizione online del Guardian con riferimento all’articolo citato, scrive quanto segue:

Ah yes, the iron hand of Mr B over the Italian media. My wife and I have lived in Italy for the last ten years, and we have happily survived by watching television news and political discussions on the state-owned, non-Berlusconi, Rai3 channel. For light entertainment (when we need it) we watch the various Sky satellite channels – hardly a brilliant alternative to terrestrial television here, but not controlled by Mr B, either. Our local daily newspaper is one of several regional papers that belong to the non-B La Repubblica group, and we sometimes read the weekly L'Espresso, another publication from the Repubblica stable. Although we don’t read them, there are always the non-Berlusconi daily newspapers Corriere della Sera, La Stampa, and Il Sole 24 Ore to fall back on. There are also things called bookshops here (there are six excellent and remarkably well patronized ones in the city where we live) and do you know, their current affairs sections are crammed full of books about contemporary politics, with hardly ever a pro-Berlusconi volume in sight. But perhaps the Italians are too short-sighted to avail themselves of these various non-B media examples, and it’s just us eccentric old foreigners who know our way around………

Con lucidità tutta britannica, il signorotto anglo ci fa notare che le alternative, da noi, ci sono ancora. Non tutti i giornali sono in mano a Papi, e si può ancora scegliere di non vedere il TG5 e si può essere selettivi in ciò che si guarda e si legge (io lo facevo, quando stavo in Italia, e continuo a farlo, e così mio padre, mio nonno e molti miei amici).

Nelle ultime righe del commento del signorotto anglo, si nasconde la solita verità che molti elettori di sinistra, avvolti nelle loro kefie ormai logore, non vogliono riconoscere e che io, radicale prestato alla sinistra, vado sostenendo (chi mi conosce personalmente lo sa) da tempo: questa merda agli italiani piace, e la maggior parte di loro ha scelto in totale libertà, per convenienza, abitudine, convinzione, mascalzonaggine, o tutte queste cose assieme. I berlusconisti convinti , tolte  le massaie veneranti che lo attendono all'uscita delle gioiellerie, sono una sparuta minoranza.

Ferme restando le terribili anomalie del berlusconismo (che non vado nemmeno a elencare), il Paese sceglie.

Prima la si finisce con la storiella del pensiero unico (in agguato, ma non ancora insediato) e prima si potrà ricominciare a fare i conti con il vuoto esistente tra le fila dell’opposizione, dai populismi dipietristi ai tentennamenti pidí.

Meditate gente, meditate.

scritto da riccardococco | 10:53 | commenti



giovedì, 15 gennaio 2009
 

White Winter Hymnal


E mentre i muri si sgretolano e le crepe della globalizzazione si fanno mano a mano più visibili, siamo in coda alla cassa, in un pomeriggio domenicale gelido e pigro.

La ragazza in fila davanti a me ha un buco nella calza sinistra. Lo noto mentre le guardo le gambe, sode, snelle e rotonde. Avrà venticinque anni, forse trenta. Bella di una bellezza inconsapevole.

Stona con il gigante muscoloso che imperversa dietro di me, urlando in un telefono qualcosa in una lingua che persino io faccio fatica a individuare. Qualcosa di agglutinante, comunque.

Chissà quanti dei miei compagni di fila hanno perso il lavoro negli ultimi sei mesi, mi chiedo.

La domanda mi viene dal nulla, senza una connessione particolare. Sono in coda per pagare alcune mutande e un paio di jeans dopo tutto, in modo molto poco metafisico.
 
La bella e inconsapevole ragazza davanti a me, per esempio. Magari il suo buco nella calza è dovuto a una stringente penuria finanziaria. Laddove un anno fa sarebbe corsa a comprare calze nuove, aggiungendoci magari anche uno di quei tanga neri che piacciono tanto a lui, ora indossa con imbarazzata disinvoltura una calza bucata e compra solo lo stretto necessario.

E il gigante muscoloso di un paese indefinito, forse anche lui ha le calze bucate, anche se non si vedono. Forse è incazzato proprio per questo: forse ha perso gran parte del suo fascino selvaggio per via delle calze e una delle sue innumerevoli donne lo sta redarguendo telefonicamente.

E lui che credeva fosse amore.

 
Quando arriva il mio turno, mi ritrovo gomito a gomito con la bella e inconsapevole ragazza, intenta a pagare con una carta oro svariate paia di calze e alcuni tanga che non so al suo uomo, ma a me piacciono moltissimo.

Ed ecco, dietro di me, il gigante incazzato e incomprensibile è stato raggiunto da una gustosa biondina carica di maglioni, cappotti, jeans. Niente calze però.

 
Pago, saluto, ed esco nel gelo di questo gennaio scontato.

Sarà un inverno lunghissimo.

scritto da riccardococco | 21:36 | commenti (2)



martedì, 30 dicembre 2008
 

Just be patient, and don't worry


(Era il duemilaeotto, e c’era bisogno di suoni rotondi)

Duemilaeotto, un anno con la barba.

Gli anni con la barba li riconosci subito. Arrivano quatti quatti, senza troppo rumore, come in attesa di qualcosa. Come quando si aspettava una lettera importante e si stava ore a sbirciare dalla finestra, tendendo agguati felini al postino.

Lettere che non sarebbero arrivate mai.

Abbiamo vissuto e non abbiamo vinto, durante l’anno con la barba.

Abbiamo veleggiato a vista, come nostro solito, guardandoci le spalle e scrutando negli oroscopi finanziari in pieno maremoto.  

Abbiamo anche votato, speranzosi, prima di sfracellarci sul solidissimo muro di cinta dei leccapiedi berlusconiani.

Ma perché poi dico “noi”? Che cos’e’ questo plurale, cos’e’ questa presunzione di parlare a nome di qualcun altro? E chi è poi questo qualcun altro, come faccio a sapere cosa pensa veramente, dietro la facciata di occhiali scuri indossati benissimo? Ho avocato a me stesso diritti inalienabili? Da quale pulpito sta venendo la predica?



1. Fleet Foxes

Ho ascoltato poco, in quest’anno vissuto con la barba, e ho visto ancora meno. E non so bene perché o se ci sia una vera ragione.
Quel poco che ha fatto irruzione nelle mie orecchie annoiate non mi è piaciuto, o mi è piaciuto poco, a parte poche lodevoli eccezioni.

Forse sono invecchiato.

Ricordo pomeriggi autunnali sprofondato in un giubbotto di pelle, aspettando il nuovo numero del Melody Maker, passeggiando sotto i portici assolati di fronte al porto, con la testa piena di suoni che giorno dopo giorno, disco dopo disco, passo dopo passo, costruivano nella mia immaginazione una Londra che non esiste ma che tuttora mi fa amare la città che mi ospita e che allora, in quei pomeriggi oziosi e indimenticabili, sembrava lontanissima e irraggiungibile.

 
E’ forse tempo di tornare a casa.

 

1. Caos Calmo

Più ci penso e più mi viene voglia di, andare, partire e fermarsi da qualche parte, senza dover poi tornare, senza meta, senza niente, senza dover votare, senza dover arrivare, e poi ripartire, rimettere in moto, salpare verso terre nuove e vecchie, porti scorsi da lontano e albe inattese viste dall’oblò’, su e giù per la terra piatta insieme a persone che chissà quando incontrerai di nuovo.

Ci penso e ci ripenso, e non trovo nulla che riassuma l’anno in briciole che se ne va.

Solo una sensazione di caso, di caos imperante e di dichiarazioni deliranti fatte a giornalisti senza scarpe.
Ci penso e ci ripenso.

Chissà che non ne venga qualcosa di buono.

 

1.Conversations with Woody Allen

Mi sono piaciuti: il 21 giugno, tanti vecchi dischi da troppo tempo fermi a prendere polvere, tutti i chilometri macinati su e giù per l’Europa (il continente per eccellenza) e tutte quelle facce che so che saranno sempre qui ad aspettarmi.

tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.


 
Buon anno.

scritto da riccardococco | 10:09 | commenti (1)



domenica, 16 novembre 2008
 

Parklife

 


Gli italiani parlano ad alta voce. Gli italiani sono imbroglioni. Gli italiani hanno i capelli ingelatinati, sempre, anche quando dormono. Gli italiani sono dei latin lover e ce l’hanno lunghissimo. Gli italiani sono mafiosi. Anche i sardi sono mafiosi. Gli italiani bevono solo Chianti. Gli italiani rubano gli accappatoi degli alberghi.  Gli italiani hanno sempre gli occhiali da sole ultimo modello, e non se li tolgono mai. Gli italiani non parlano inglese. Gli italiani e gli spagnoli si capiscono tra di loro, ma solo se parlano piano. Gli italiani sono sempre abbronzati.

E via dicendo.

 

Barbarie.

Tanti anni fa, i barbari, con le loro barbe lunghe, uscirono dalle loro terre barbariche e si spinsero a sud, devastando e bruciacchiando, fino a che, a furia di ferro e fuoco, non fecero cadere l’impero romano, a dire il vero già un po’ ammaccato.

E da lì cominciarono a mischiarsi ai civili, educati e dotti popoli del Mediterraneo, annacquando le differenze fino quasi a farle scomparire.

Ed eccoci ai giorni nostri, saturi di parassiti senza dignità.

 

Questo risibile excursus storico è naturalmente iperbolico e superficiale, ma serve ad introdurre l’argomento di questa settimana, cari ascoltatori e fedelissimi: che cosa rende barbara una nazione nel duemilaeotto, e da quale pulpito viene la predica?

 

Come ben sanno i quattro gatti che hanno continuato a leggere questo blog nonostante le lunghissime pause che mi sono preso e mi prendo tra uno scritto e l’altro, vivo nel Regno Disunito da quattro anni.

Venni qui per scelta, non per costrizione: prima del mio espatrio, ero un felice nullafacente succhia-sangue dalle casse paterne, studentello universitario con una cultura già troppo vasta per potermi permettere il lusso di imparare ancora, e la schiena abbronzata dall’immenso sole cagliaritano.

Un’onesta, ridanciana, pessimista e tendente alla lamentela esistenza da italiano vero, meno di Toto Cutugno ma sicuramente più di Bossi e Maroni: invettive contro il governo, parecchi colpi al cerchio e qualcuno anche alla botte.  
Poi, non inaspettatamente, arrivò il corto circuito patriottico, preannunciato da strani sintomi psico-somatici (afasia, cefalea, stordimento, miraggi): ma che cazzo ci faccio qui ma dove cazzo vivo questa  nazione di merda quest’isola di merda questa gente di merda eccetera, in un profluvio di esternazioni esterofile. E’ tutto archiviato e certificato negli scritti targati duemilaequattro. Nulla di cui vergognarsi, per carità: come scrittore e uomo (si può dire uomo in questo network?) rivendico il mio diritto alla (colpo di tosse) Evoluzione Interiore e al mutamento d’opinioni. E chi non è d’accordo può anche andarsene affanculo.

Molte delle osservazioni mosse contro la mia patria restano valide ancora oggi e temo che lo rimarranno per sempre, connaturate come sono alla nostra cultura e al dna nazionale.

Sapete di cosa parlo quindi non sprecherò parole inutili.

 

Ma capita di essere in fila alla cassa di un supermercato e di sbirciare nel carrello della spesa del vicino, un rubicondo e imbambolato inglesotto fresco d’ufficio, con i gemelli ai polsi e i pantaloni con l’orlo sopra la caviglia. Sbirci e ci trovi la solita, tristissima confezione di tandoori precotto, e un bricco di succo di mirtilli. E ti chiedi perché.  

E ci si ritrova tutti assieme, tra colleghi, dopo una settimana lunga e pregna di scadenze importantissime, e ti accorgi di essere l’unico fermo ancora alla prima birra mentre loro, quattro pinte dopo, sono già tutti persi nel loro fantastico mondo di cazzate anglo-centriche, battute da ubriachi su altra gente ubriaca. E ti chiedi cosa abbia spinto questa nazione all’apparenza moderna a ridursi così, in un branco di decerebrati che il venerdì (ogni venerdì), a qualsiasi classe sociale appartengano, ingurgitano quantità alcoliche fuori norma dimenticandosi di mangiare, se si eccettua il kebab plastificato raccattato sulla via di casa.

Li vedi tornare a casa dopo una serata alcolica e ti trovi di fronte a uno spettacolo sociologico di difficile lettura: alcuni sono senza scarpe, come se fosse il 1500.

Ti immergi nella loro cultura per capirne i meccanismi e ti accorgi che sono molto rudimentali, azione-reazione alla massima potenza; quella che molti ritengono una società civile e progredita e’ in realtà un insieme di uomini e donne con serie difficoltà di socializzazione e profonde lacune culturali riguardo a qualunque cosa esuli dall’asse anglo-americano. Musica, letteratura, cinema, arte. Tutto.

Il loro rispetto delle regole, efficace e necessario al corretto funzionamento di un sistema-nazione, cela in realtà la totale incapacità di ribellarsi o anche solo obiettare a una norma, per quanto stupida e ridondante essa sia.

Non si tratta quindi di senso civico, ma di concreta impossibilità d’azione autonoma fuori dal solco tracciato dalle abitudini nazionali, una totale mancanza d’iniziativa personale: ecco perché, una volta giunti a Ibiza o a Mykonos, non sentendo più il freno oppressivo della patria sulle loro teste bionde, indulgono in devastazioni e scorribande, scatenando i loro sopiti istinti barbarici.

Vedendoli da vicino, osservandoli mentre t’invitano a bere una birra dopo l’ufficio per email nonostante siano seduti di fronte a te, arrivi a sospettare che gran parte dei loro vanti nazionali (l’assenza di eserciti stranieri sul loro suolo dal 1066, l’immenso impero coloniale, la rivoluzione industriale) si siano in realtà verificati per caso o comunque per una serie di fortunate combinazioni: prima fra tutte, quella di essere un’isola.

Vivendoci in mezzo, gomito a gomito in ufficio e schiena contro schiena in metropolitana, li guardi leggere i loro assurdi tabloid o qualche improbabile best-seller psico-horror e ti rendi conto di quanto ingannevoli siano le statistiche e i numeri sparati sui giornali: “gli inglesi leggono il doppio dei francesi e due volte e mezzo in più degli italiani”, ma fermatevi un attimo a considerare che il Sun ha una tiratura di tre milioni e mezzo di copie, e in Italia non lo troveresti nemmeno dal barbiere.

I quotidiani d’informazione normali rimangono nettamente sotto il milione, umiliati dalle tette in terza pagina.

Questa, signori, è una nazione dove le case sono ancora fatte di legno, dove si parla di “vittoriano” ma si dovrebbe in effetti parlare di “vecchio”. Vecchio, non antico.

Un paese dove scorrazzano ottanta milioni di topi.

Un paese dove non si produce più nulla.

La seconda potenza economica europea.

E’ la perfida Albione.

 

 

scritto da riccardococco | 11:32 | commenti (6)



giovedì, 09 ottobre 2008
 

Happy ever after in the Market Place


Immaginiamo per un attimo le elezioni americane. Sì, quelle che ci stanno spappolando i coglioni da un anno e che tra un mese saranno storia recente, un’altra data per i libri di scuola, la nuova scuola dei grembiuli e dei cinque in condotta.

Immaginiamo le urne vuote, i registri elettorali senza firme, solo poche cartacce mosse sul pavimento dagli impianti di ventilazione.

La paralisi.

Nessuno che va a votare, il cento per cento degli aventi diritto. Nessun exit poll, nessun eletto, nessun presidente, le facce sconvolte degli spin doctors e l’espressione attonita degli uomini in gessato con l’auricolare perenne, quelli che sussurrano nelle orecchie felpate dei politici.

Immaginiamo le prime pagine dei giornali piene di dati vuoti, nessun grafico a torta  mostrante la distribuzione dei voti, nessuna telefonata di congratulazioni dello sconfitto, nessuna dichiarazione contrita di rito.

E poi, a catena, immaginiamo quattro miliardi di persone che ritirano i propri risparmi dalle banche e li rimettono al loro posto, dentro il materasso; immaginiamo televisioni spente, e massaie che si fermano un attimo a riflettere e acquistano prodotti senza marca e senza un battage pubblicitario milionario alle spalle; immaginiamo suicidi di massa dentro le levigate stanze dove si annidano di solito i consigli d’amministrazione di società agonizzanti; immaginiamo automobilisti stanchi di guidare ribellarsi in massa ai signori del petrolio e rispolverare vecchie biciclette, tessere del pullman e scarpe da passeggio.

Poi però il treno si ferma, e mi vomita davanti ai simboli del potere finanziario di questa nazione barbara, come ogni giorno, e penso che vorrei avere un cannone pieno di cacca di cavallo, e mi piacerebbe poterla sparare sui muri delle banche e sulla gente che mi sbatte addosso, sui buoni e sui cattivi, in una ventata di situazionismo galoppante e metaforico, e poi correre via, dileguandomi nei meandri della civiltà occidentale, felice, imprendibile.


scritto da riccardococco | 23:15 | commenti (5)



lunedì, 25 agosto 2008
 

Yes I'll Be Right Back


Due mesi due mesi di silenzio e poi eccomi qua a raccontare nodi cravatte estate mai iniziata “vado bene così? vado bene?” il blu e il bianco della città bianca caldo caldo e gente sorridente tempo presente la Russia i missili la guerra fredda la guerra calda la guerra santa la guerra mondiale col cazzo che la vinciamo un miliardo e mezzo di cinesi Pechino a Pechino ci sono tutte le tv del mondo e inviati e blog e dirette ventiquattro ore al giorno ma nessuno sa nulla nessuno vede nulla nessuno dice nulla com’e’ andata allora com’e’ andata vi racconto com’e’ andata sdraiato a naso in su guardo il cielo azzurrissimo il blu e il bianco della città bianca ma qui e’ gia' autunno e prendo la mia giacca da pioggia coperto impermeabile impenetrabile ce ne andiamo a zonzo ce ne andiamo a vedere il mondo 708 chilometri in un solo giorno e la porta d’Orleans e ci siamo persi ci siamo persi ma non importa guarda che cielo guarda che blu guarda che meraviglia senti la voce del mondo prendi la macchina e fotografa l’essenza di tutto questo il blu il giallo dei campi un giorno lo riguarderemo un giorno non lontano ma ora e’ autunno e l’estate non e’ mai iniziata e ti ricordi quando e precipito in una zuccherosa nostalgia e mi ricordo di quando ti aspettavo sotto casa per cinque dieci quindici venti minuti mezzora ma dov’e’ ma cosa fa ma che cazzo e ora sono qui e ti sto aspettando affacciato alla finestra di questo bellissimo albergo sprofondato nella provincia francese ti aspetto per la cena e mi accorgo di bere

immense sorsate di felicità

e poi rimettiamo in moto e ripartiamo il mondo ci aspetta ripartiamo e andiamo avanti andiamo a ritroso e stiamo scendendo l’immensa scalinata bianca e sono tutti qui per noi e mi sento la testa piena di facce e di suoni e voglio tornare a casa voglio andare via voglio restare qui voglio fermare il tempo mi ritornano in mente immagini disconnesse mia madre mio padre le porte da calcio fatte con i cappotti e due contro due e mia nonna che stende il bucato e io da solo in cima a una montagnola nel cortile quell' odore di cose rallentate il caldo il caldo come oggi questo odore di caldo questo odore di vento questo odore di mare e poi ci risvegliamo e la città e’ davanti a noi sconfinata arriviamo arriviamo ci tuffiamo ed e’ tutto come deve essere e diverse onde dopo siamo di nuovo in viaggio e sento il respiro della provincia italiana mastico felice quest’aria queste voci circondati da una sonnacchiosa pacifica arrendevolezza alla vita che ci contagia e ripartiamo ancora verso la frontiera lungo il litorale buona continuazione ci dice buona continuazione grazie grazie anche a voi sì stiamo andando via sì ma torneremo torneremo presto aspettatemi aspettatemi qui si proprio qui sto tornando torno presto.

 

scritto da riccardococco | 15:59 | commenti (6)



sabato, 24 maggio 2008
 

E resta con me a guardare

 
Che scrivo scrivo scrivo e non arrivo mai da nessuna parte.
O meglio arrivo, ma poi mi fermo, mi avvito, mi avvolgo in me  stesso e nei miei asindeti, e mi perdo.

Perdo ispirazione, parola orrenda, e perdo interesse. E allora mi alzo, giro per casa, bevo un bicchiere di vino, mi risiedo, poso le dita sui tasti, scorrono veloci per un po’ ma poi il giocattolo si rompe di nuovo e mi ritrovo a smarrirmi ancora.

Senza direzione non ci può essere la meta, ho letto da qualche parte, e mi ripeto questa frase ogni volta che mi blocco, ogni volta che guardo fuori dalla finestra in cerca del filo dei miei svogliati pensieri. Ma la mia testa è già da qualche altra parte.
Sarà la stagione.
Sarà questo sabato mediocre coperto di nubi.

Gironzolo ancora un po’ e poi capito davanti ad uno specchio.

La barba cresce, i capelli pure.

E guardando guardando mi ricordo di quando avevo sette anni e aspettavo che mio padre tornasse dall’ufficio con dieci pacchetti di figurine. Il sabato erano venti.
L’album degli animali, con i pacchetti numerati, così tutti potevano completarlo. E lo completai anch’io. Ma non era la stessa cosa, e lo sapevo, e continuavo ad inseguire il miraggio di completare un album per intero affidandomi solo al Caso che governava le composizioni dei pacchetti nelle edicole.
Calciatori 82-83, con Zoff in copertina con la Coppa in mano. Me ne mancava solo una, alla fine, una di quelle insulse figurine divise in due con i giocatori di serie B, e la cercai a lungo.

Non completai mai un album di figurine.

Non so perché tutto ciò mi torni in mente adesso, senza alcuna attinenza con il presente. Forse è così che fluiscono i ricordi, esattamente come fluisce la realtà, a caso, senza connessioni tra le sequenze di cose. Incontriamo persone e ne scegliamo alcune, e allo stesso tempo ne perdiamo altre, che magari credevamo sarebbero state con noi per sempre. E sempre per cose banali, casuali.
La realtà è caos puro, eventi e persone che sbattono le une sulle altre, senza un disegno. Possiamo intervenire, certo, e fare un sacco di cose belle e brutte. Possiamo modificare tutto, ma questo non impedirà alla realtà di fluire come vuole lei.

E puoi scegliere il tuo carpe diem personale, oppure rallentare e decidere di aspettare che capiti qualcosa seduto davanti al mare e non farà nessuna differenza, perché il resto del mondo continuerà a capitarti addosso, continueremo ad andare avanti senza arrivare da nessuna parte ma non ci stancheremo di farlo, come quando avevo sette anni e non capivo nulla di quello che accadeva ma era bellissimo lo stesso.

Sette anni, e un sacco di domande, e i “sogni semplici che fanno i bambini”. Io li faccio ancora, e sono contento. C’è solo un po’ più di feedback nei miei sogni, adesso.

La barba cresce, i capelli pure, questo gustoso blogghino ha compiuto cinque anni e il suo scrivano si sposa il 21 giugno.

Mi precipito al pc e scrivo, scrivo, scrivo senza arrivare da nessuna parte ma va bene così.

 

scritto da riccardococco | 16:32 | commenti (9)



giovedì, 01 maggio 2008
 

Book of Brilliant Things

Maggio.

Ho sempre amato il mese di maggio.

Sarà forse per quelle ombre lunghe che la sera allungavano gli alberi a dismisura sulle strade non ancora arroventate dai bollori estivi.

O forse perché maggio ancora conserva in sé un po’ di quella meravigliosa ed esplosiva speranza di libertà totale che avevo quando ero un ragazzino, con le vacanze inseguite come un miraggio pronte a materializzarsi con il loro carico di dolce far nulla e mare e sole e amici e giornate che non finivano mai, persi in discussioni inutili, senza l’urgenza del tempo a soffiarci sul collo:

“Non mi piacciono i Sex Pistols”
“Non ti piacciono perché non li hai mai ascoltati”
“Ho detto che non mi piacciono, non che non li ho mai ascoltati”
“Non c’e’ bisogno di incazzarsi”
“Non mi sto incazzando”
“Si vede che sei incazzato”
“Se continui a dirmelo m’incazzo davvero”
“Vedi che ti stai incazzando?”

 E via dicendo.

Il mese di maggio.

Tutto era possibile a maggio, anche sperare d’incontrare per caso la biondina di cui eri perdutamente innamorato e magari anche parlarle, come se niente fosse:

“Ciao”
“Ciao...”
“Stai arrossendo!”
“No no è un disturbo circolatorio congenito, e poi il mio sangue è molto più rosso del normale e ho degli antenati cherokee”
“......”
“......”
“Facciamo due passi?”
“Eh mi piacerebbe ma ho molto da fare”
“Tipo?”
“......”
“Vabbe’, ciao”
“Ciao...”

Ma c’era sempre una nuova occasione dietro l’angolo, un nuovo amore, un nuovo sapore,  qualche disco nuovo da ascoltare, un’altra ombra da inseguire.

 Ecco, io pensavo a questo, stamattina, mentre leggevo sui giornali i commenti sul misurato e civile e altresì moderno e conciliante discorso di Fini alla Camera:

"Sono un uomo di parte, ma m’impegnerò per il rigoroso rispetto della parità dei diritti di tutti i parlamentari” (Le ombre blu dell’albero della piazza dove giocavo da piccolo. L’albero è sempre là, con le sue ombre lunghe, immobile), “celebrare la ritrovata libertà dell'Italia e la centralità del lavoro è un dovere cui nessuno deve sottrarsi” (“Facciamo due passi?” ed io che non so che cazzo dire, e lei che va via, ed io che torno a casa, per continuare a sognare), “la laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia” (i Sex Pistols mi hanno sempre fatto cagare, e non perché fossero brutti sporchi e cattivi, ma perché in effetti, diciamolo a voce alta, facevano cagare), “l’errata convinzione che libertà significhi pienezza di diritti e assenza di doveri e finanche di regole" (l’estate alle porte e quella meravigliosa sensazione di libertà totale, un venticello anarchico che ti accarezzava la faccia, tu spensierato ma pieno di pensieri, e il sole alto e maestoso, e giornate che sembravano non dover finire mai.)


scritto da riccardococco | 23:56 | commenti (4)